La Polonia in crisi: non trova lavoratori

Uno sviluppo economico tra i più forti della intera Europea. E si sta rivelando un problema perchè continua la scarsità di lavoratori

WARSAW – E’ una notizia che, in un certo qual modo, farebbe piacere a tutti i Paesi del Mondo: uno sviluppo economico così intenso che le aziende non riescono a trovare lavoratori per i propri progetti.

E’ quello che sta accadendo in Polonia. E, per la verità, non solo. E’ tutta l’area delle ex Repubbliche sovietiche che stanno confrontandosi con il ‘labour shortage‘, la mancanza di (domanda) lavoro.

Un balzo in avanti notevolissimo per Paesi come appunto la Polonia, l’Ungheria la ex Cekoslovacchia che dopo la caduta del Muro di Berlino, di cui in questo periodo si contano i 30 anni, si trovarono in una condizione di estrema arretratezza e povertà post-comunista.

Forte sviluppo economico

Oggi le cose sono completamente cambiate. Anni di evidente buona gestione politica hanno favorito un incremento del PIL.

Secondo Christine Lagarde, presidente del Fondo Monetario Internazionale, nel periodo post Muro, i Paesi CEE (Central European Economy) sono cresciuti almeno il triplo dei Paesi dell’Europa Ovest.

Certamente ben utilizzando i fondi strutturali e di coesione territoriale messi a disposizione dalla Unione Europea.

PIL Polonia 2019

Ma probabilmente anche potendo usufruire del beneficio di qualche scelta ‘strategica’ di forte impatto.

Esempio Polonia e Ungheria non hanno adottato Euro, mantenendo così la propria Banca Centrale e governando la moneta.

Cosa che ha permesso oggi permesso un forte riallineamento del PIL, il prodotto interno lordo che in Polonia è del +3.8% (fonte IMF)

Ma questa corsa rischia di andare a sbattere se, come alcuni dati indicano, c’è una forte domanda di nuovi lavoratori che non è soddisfatta.

Secondo i dati dell’Ufficio di Statistica Polacco (GUS), alla fine del 2017 c’erano circa 118.000 posti di lavoro scoperti.

Un numero che è stato calcolato essere il doppio dell’anno precedente.

Ukraini e bielorussi

La Polonia ha cercato di sopperire con un massiccio arrivo di lavoratori Ukraini e della Bielorussia. Un trend che smentisce chi accusa la Polonia di non ‘volere immigrati’.

Dall’altro lato, il Governo polacco sta incentivando la natalità attraverso una serie di benefici sociali, di welfare.

Secondo Bloomberg, tale welfare statale polacco è, relativamente, ancora più generoso di quello norvegese, famoso per essere uno dei più benevoli e lauto del mondo.

A dire il vero non è la prima volta che questo allarme lavoratori risuona in Polonia.

Già nel 2018 questa voce si levò con anche il varo di norme che agevolavano l’accesso di stranieri al mercato del lavoro polacco, basandosi sulle specializzazioni in possesso.

Ai cittadini delle ex repubbliche sovietiche, esempio, fu consentito un permesso di lavoro per 6 mesi, che potrebbe essere esteso a 1 anno.

Una stagione delle riforme che potrebbe anche andare a toccare Paesi più lontani, del Far East come Filippine, Vietnam.

Paweł Chorąży, ex Ministro degli Affari Regionali e che lasciò il governo proprio in disaccordo con la politica di stretto controllo dell’immigrazione, già nel 2018 indicava la necessità di aprire all’immigrazione lavorativa.

Citato da EmerginEurope, Chorąży sosteneva come i “Filippini sono ottimi lavoratori per il settore della cura delle persone e l’Information Technology”.

Immigrazione e islam

Certo, il problema della immigrazione lavorativa si scontra con il grande noto della massiccia presenza di islamici nella Europa dell’Ovest e che ad Est non trovano accoglienza

Il perchè è stato spesso messo in chiaro dal governo: il loro modo di pensare, vivere ed avere una religione avulsa dal contesto Europeo, è più un problema che una opportunità.

Ecco quindi l’apertura verso i Paesi dell’Asia, non solo Filippine e Vietnam ma persino Nepal.

Proprio dal Nepal, dicono i dati, a metà del 2018 c’erano circa 9.000 immigrati da quel Paese.

Altri 25.000 sono abitanti di altre nazioni asiatiche

Una nuova immigrazione forse più omogenea che dovrebbe sopperire a quello che il Fondo Monetario Internazionale ha indicato essere il rischio di una ulteriore contrazione di lavoratori, addirittura di un 1/4 entro il 2050.

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