Global Compact per le (im)migrazioni: anche la Polonia non firma

La Polonia, insieme ad altri Stati nazionali, non firmerà il Global Compact Migration, con cui l'ONU cerca di elevare a rango di 'diritto umano' la migrazione. Con il temibile risultato che si potrebbe perdere il controllo delle proprie frontiere nazionali

La home page dell’ONU: è evidente che l’attenzione agli islamici come ’emigranti’

MARRAKECH (Marocco) – Sarà nella città marocchina di Marrakech (o Marrakesh) tra il 10 e l’11 dicembre prossimi, dove l’Onu, attraverso una delle sue tante ramificazioni, in questo caso il UNGlobal Compact (CGM) tenterà di far firmare agli Stati mondiali, un impegno definito ‘non vincolante‘, in tema di migrazioni ma, soprattutto, di immigrazioni.

La Polonia ha deciso di non firmare questo atto.

Cosa dice questo GCM?

Il testo, che proviene da una serie di altri incontri precedenti, tra cui la Dichiarazione di New York su Rifugiati e Migranti è definito il primo tentativo globale di porre mano alla evoluzione delle migrazioni che, secondo l’incipit dello stesso Onu, è visto come un processo irreversibile che farà muovere milioni di persone.

Ed il movimento è, soprattutto, verso i Paesi con un benessere economico maggiore: ad oggi, gli Stati Occidentali.

A guidare la proposta dell’Onu e del suo segretario Antonio Guterres, è stata Louise Arbour, una canadese, che dal marzo 2017 agisce in conformità di questo mandato per far aderire la Nazioni a questa nuova visione ampiamente a favore delle migrazioni inter-statali, inter-continentali e inter-culturali.

Dichiarazione di New York

La Dichiarazione di New York del 19 settembre 2016 contiene degli impegni che esaltano il ruolo dei migranti completamente ignorando i ‘diritti’ e la voglia di autoderminazione degli ‘autoctoni’, rigettati quasi come ‘involontari abitanti’ di regioni e Paesi da cui adesso devono sostanzialmente ritirarsi, anche cancellando la propria Cultura, per lasciare spazio agli immigrati

Questo i punti della Dichiarazione di New York:

  1. Proteggere i diritti umani di tutti i rifugiati e migranti, indipendentemente dallo status. Ciò include i diritti delle donne e delle ragazze e la promozione della loro piena, uguale e significativa partecipazione alla ricerca di soluzioni.
  2. Garantire che tutti i bambini rifugiati e migranti ricevano istruzione entro pochi mesi dall’arrivo.
  3. Prevenire e rispondere alla violenza sessuale e di genere.
  4. Sostenere quei paesi che salvano, ricevono e ospitano un gran numero di rifugiati e migranti.
  5. Lavorare per porre fine alla pratica della detenzione di bambini allo scopo di determinare il loro stato migratorio.
  6. Condannare fermamente la xenofobia contro i rifugiati e i migranti e sostenere una campagna globale per contrastarla.
  7. Rafforzare i contributi positivi apportati dai migranti allo sviluppo economico e sociale nei loro paesi di accoglienza.
  8. Migliorare l’erogazione dell’assistenza umanitaria e di sviluppo ai paesi più colpiti, anche attraverso soluzioni finanziarie multilaterali innovative, con l’obiettivo di colmare tutte le carenze di finanziamento.
  9. Attuare una risposta globale ai rifugiati, basata su un nuovo quadro che stabilisca la responsabilità degli Stati membri, dei partner della società civile e del sistema delle Nazioni Unite, ogniqualvolta vi sia un ampio movimento di rifugiati o una situazione protratta dei rifugiati.
  10. Trovare nuove case per tutti i rifugiati identificati dall’UNHCR come bisognosi di reinsediamento; e ampliare le opportunità per i rifugiati di trasferirsi in altri paesi attraverso, ad esempio, la mobilità della manodopera o programmi educativi.
  11. Rafforzare la governance globale della migrazione portando l’Organizzazione internazionale per la migrazione nel sistema delle Nazioni Unite.

Il documento (che riportiamo qui in link con le nostre note), è di 34 pagine dove, accanto a dichiarazioni di principio tra cui quello che cui tale linee guida non sarebbero ‘legalmente vincolanti’ per i firmatari, in realtà attua il tentativo neanche tanto mascherato di elevare al livello di ‘diritto umano’, la emigrazione. E quindi la immigrazione in un altro Paese.

Sono elencati tutta una infinita serie di obbligazioni delle Nazioni nei confronti degli immigranti i quali, da questo documento in poi, saranno riconosciuti indipendentemente dallo status tal per cui un rifugiato serio che rischia la vita (1) è equiparato ad un qualunque immigrato che preferisce, per fare un esempio estremo, la montagna al mare.

Per converso, in queste 34 pagine, non c’è un obbligo seriamente indicato in capo agli immigranti, se non un generico rispetto delle norme del Paese di ingresso.

Peraltro ben temperato dalle previsioni, dette e ripetute durante tutto il documento, del diritto, dell’immigrato, ad esprimere le proprie “tradizioni”, ribadendo il concetto che l’integrazione (eventuale) deve essere fatta dal Paese di arrivo che deve accettare acriticamente tutto quello che l’immigrato si porta appresso.

Vale, per esempio, per infibulazione o la fustigazione della Donna?

Il “diritto umano” alla (im) migrazione

Certamente il salto di qualità quello di vedere la ‘migrazione’ come un diritto umano.

Un salto che, per quanto inserito in un documento definito ‘non vincolante’, in realtà renderebbe praticamente impossibile opporsi a qualunque tipo di immigrazione in quanto, da allora in poi, definita ‘diritto umano’: per giurisprudenza consolidata, un ‘diritto umano’, non è comprimibile in nessun modo.

Diritti Umani: qualcosa che molti Paesi di tradizione islamica non osservano ma che sono poco sottoposti a sanzioni

Secondo le stesse Nazioni Unite, si riconoscono Diritti Umani Non-Derogabili i quattro più importanti che sono il “diritto alla vita“, il “diritto alla libertà dalla schiavitù“, il “diritto alla libertà dalla tortura” ed il “diritto all’impossibilità della retroattività dell’azione penale”

Al di fuori di questi diritti, altri diritti umani possono essere posti sotto limitazione o perfino messi da parte solo durante situazioni di emergenza nazionale

In tal modo, quindi, con l’immigrazione elevata a rango di diritto umano, un qualunque giudice, dal pretore di paese alla Corte di Giustizia dei Diritti dell’Uomo, sarebbe in dovere, anche se non consenziente, di condannare un qualunque Stato o ente statale si opponga all’ingresso di immigrati in un Paese.

Per fare un esempio di questi giorni, alla frontiera Mexico-Usa, la massa dei 10.000 “latinos” che vogliono entrare in Usa, avrebbero una via di accesso rafforzata: non farli entrare equivarrebbe a ‘violare i diritti dell’Uomo’. Qualunque giudice imporrebbe l’apertura delle frontiere.

Lo stesso per quello che accade alle frontiere Nord/Est d’Europa, dove a fronteggiare ci sono Serbia, Croazia, Ungheria. O quelle Sud con Italia, Grecia, Spagna

I DIRITTI FONDAMENTALI

Tra i diritti fondamentali dell’essere umano si possono ricordare, tra gli altri, il diritto alla libertà individuale, il diritto alla vita, il diritto all’autodeterminazione, il diritto a un giusto processo, il diritto ad un’esistenza dignitosa, il diritto alla libertà religiosa con il conseguente diritto a cambiare la propria religione, oltre che, di recente tipizzazione normativa, il diritto alla protezione dei propri dati personali (privacy) e il diritto di voto.

Emigrare – e quindi immigrare da qualche parte – diventa un ‘diritto’

Quello che crea è quindi non tanto il riconoscimento di un diritto umano in capo a chi ha tema per la propria vita ma che, sostanzialmente, venga annullata la differenza tra status di rifugiato e di un qualunque altro migrante.

Qualunque causa di emigrazione e relativa immigrazione altrove, sarebbe un ‘diritto umano‘ con la relativa forza giuridica.

Se certamente ci possono essere questioni forti alla base di una emigrazione per causa di carestie, climatiche, religiose, una apertura a tale livello comporterebbe un serio e certo sconvolgimento nelle strutture sociali degli Stati oggetto di immigrazione.

Come i casi continui che accadono in Francia, Belgio, Regno Unito, Svezia dove la enorme immigrazione degli ultimi decenni, specie di origine araba e asiatica, sta mettendo a dura prova la coesione sociale con forme di depauperamento delle culture nazionali a favore di innesti sociale e culturali totalmente diversi e spesso in contrasto con i valori di quei Paesi.

Immigranti al confine Est dell’Europa (foto FB)

Un tale passaggio da concessione di uno Stato ad una immigrazione nel proprio territorio a “diritto Umano” comporterebbe la automatica rinuncia, dello Stato firmatario, alla gestione dei flussi migranti che diventerebbero, come l’ONU ha chiaramente indicato nel 2016, una questione legata ad una gestione internazionale (to strengthen governance of international migration).

Importanti Nazioni in fuga da questo patto

Il testo concordato nel Giugno del 2016, ha visto la adesione di 193 Nazioni con la immediata esclusione degli USA che non hanno dato il loro benestare a questo testo.

Ma, ad un paio di settimane dalla firma, sono tanti altri gli Stati nazionali che hanno ritirato la propria adesione.

Ad esempio la Polonia, che per bocca del suo Ministro degli Interni, Joachim Brudzinski, ha ‘raccomandato’ al Primo Ministro Mateusz Morawiecki di ‘tirarsi fuori dal Global Compact for Migration (GCM)”.

Nella nostra opinione è che questa bozza di accordo non garantisce la sicurezza della Polonia. Ed incoraggia, inoltre. la immigrazione illegale“, ha detto il Ministro Brudzinski a margine dell’incontro G6 di Lyon in Francia, dove etra tra gli altri, anche il Ministro degli Interni Italiano, Matteo Salvini.

Ma la Polonia non è sola

Per l’Italia, non si capisce che tipo di atteggiamento esista, pur se la Lega è contro ma senza che il Ministro Salvini si sia fatto sentire personalmente.

Il Primo Ministro italiano, Antonio Conte ha,m per la verità, dato il suo supporto a questo ‘Compact’ in un discorso all’Assemblea Nazioni Unite e, pare, il Ministro degli Esteri Moavero sia ‘pro-compact’.

Ma a parte l’Italia che si immagina, per il Governo in carica, più vicina a criticare il GCM che a favorirlo, diverse altre nazioni hanno optato per non firmare.

Con Usa e Polonia sono Ungheria, Repubblica Ceka, Austria, per stare in Europa.

Anche la Slovakia, due giorni fa per bocca del Primo Ministro, Peter Pellegrini, ha detto che la sua Nazione non andrà al Summit marocchino.

In questo caso, una piccola crisi di governo si è aperta perchè il Ministro degli Estseri, Miroslav Lajcak, ha minacciato le dimissioni in caso di non firma del GCM. Questo perchè Lajcak era presidente dell’Assemblea Generale dell’ONU proprio nel periodo in cui il ‘patto’ fu adottato.

Rotte illegali di accesso all’Europa

Ci sono poi Croazia, Bulgaria, Slovenia. Annuncio di ‘non adozione’ anche da Australia, Svizzera e Israele. Il Belgio sta vivendo questi momenti con ‘stress’ a causa di una parte della coalizione di governo che è contro il GCM.

Leggi soft e leggi hard

I difensori del ‘Compact, mettono in evidenza come questo accordo non crei nessun ‘obbligo di legge’ e che ogni Stato può gestire la propria politica migratori come meglio crede. Indicano questa come ‘soft law‘, quindi poco vincolate di fronte alle ‘hard law‘, totalmente obbligatorie.

Ma, ovviamente, è un tentativo di depistaggio per far credere che si sia davanti a ‘discussioni di principio’ e non vincoli di norma.

Perchè se è vero che, data la “legge soft” ogni Stato può regolare come gestire i flussi, è vero anche che, chi si impegna con questo GCM, può farlo solo nel senso di decidere tempi, flussi, dove costruire le case per gli immigrati, che lavoro dare.

Non può, cioè, impedire l’accesso di immigrati sul suo territorio che in caso di sottoscrizione di tale accordo, sarebbe obbligo in quanto ‘diritto umano’.

Si può dire che, pur se non c’è nessun ‘obbligo di legge‘ non si può dire che sia la firma di tale atto sia ‘giuridicamente irrilevante‘.

Infatti, benchè non si sia nessuna previsione di ‘accoglimento’ di queste regole nell’ordinamento nazionale dei singoli Stati (così da farlo diventare legge a tutti gli effetti), la previsione di un diritto internazionale riconosciuto a rango di ‘diritto umano fondamentale‘, porterebbe gli Stati di fronte al serio e concreto rischio di venire chiamati ad infrangere un tale diritto in tema di immigrazione anche per il solo respingimento di un singolo alla frontiera.

ONU a trazione islamica?

C’è poi un altro punto che, pur se non eccessivamente messo in evidenza, circola tra le Cancellerie degli Stati che subdorano una sorta di inganno sul GCM: la presenza di massa di Paesi di religione islamica tra le fila degli organi dirigenti dell’ONU.

Questa situazione è stata spesso messa in evidenza, fin dagli scorsi anni, con la sovra-esposizione di rappresentanti delle nazioni islamiche in seno, per esempio, all’Unesco, l’agenzia culturale dell’ONU, recentemente accusata di essere anti-israele per certe posizioni tendenti, culturalmente, a negare il legame del popolo di Israele con Gerusalemme (posizioni specificamente religiose, ma che oggi hanno validità politica).

Una riunione di una delle diverse istituzioni islamiche, i cui Paesi confluiscono poi nella ONU: il principio di ‘un voto un Paese’ mette molto spesso in minoranza le istanze del mondo occidentale rispetto le politiche a maggior aderenza islamica

Oppure l’allarme lanciato su una islamizzazione (addirittura ‘radicale’) della stessa ONU, a causa del principio del voto ‘uno a testa’ che vede una miriade di mini stati con la sharia come legge statale che sorpassano di gran lunga i pochi grandi stati democratici Occidentali.

Una dicotomia chiara ed evidente se si ricorda come la fondamentale Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, a base del vivere civile mondiale, non sia stata sottoscritta pienamente dagli stati islamici i quali hanno adottato una propria dichiarazione, la Cairo Declaration on Human Rights in Islam (CDHRI) del 1990 in cui la Sharia è considerata legge principale a cui questa ‘dichiarazione dei diritti’ si confa.

Pur con tutto ciò, la CDHRI che è stata richiamata ed inserita in dichiarazioni ufficiali dell’ONU dando così valore legale ai capitoli indicati.

In questo senso e rispetto a questo processo di ‘dirittizzazione’ della immigrazione negli Stati occidentali, potrebbe persino esserci la deliberata pratica religiosa islamica della ‘hijra’, ovvero la ricollocazione di fedeli islamici in altri Paesi con l’obiettivo di avviare la islamizzazione di quelle società, con un ‘premio‘ magari nell’altra vita: «A coloro che sono emigrati dopo avere sofferto ingiustizie Noi daremo nel mondo una buona posizione, è più grande, invero, sarà il premio nell’altra vita. Oh se lo sapessero! Questo, a proposito di coloro che saranno costanti e avranno confidato nel loro Signore.» (link)


(1)  es Asia Bibi, la cristiana pakistana accusata di ‘blasfemia’ perchè pare avesse bevuto da una brocca destinata alla donne musulmane ed adesso liberata dalla prigionia ma a rischio uccisione da parte dei musulmani pakistani e che ha chiesto asilo politico in alcuni Paesi europei.

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