‘Posted Workers’: dall’Europa dell’Est completo disaccordo

La Polonia e l'Ungheria hanno adito la Corte Europea contro gli obblighi derivanti dall'impiego dei cosiddetti 'posted workers'

C’è un’altra grande frattura fra i Paesi dell’Est Europa e la ‘ricca’ Europa Occidentale, Francia e Germania in testa. Si tratta dei cosiddetti ‘posted workers’ ovvero lavoratori di un Paese (generalmente economicamente meno florido) che vengono mandati a lavorare temporaneamente in un Paese più ricco.

Il caso tipico può essere di una azienda, esempio polacca, che vinca un appalto, esempio in Germania, e trasferisce i suoi lavoratori in questo appalto. Mantenendo le condizioni di salario e accessori tipici della Polonia.

Proprio per evitare queste pratiche di ‘dumping del lavoro’, la #UE ha emanato la Regulation no 883/2004 dove appunto si indicano alcuni capisaldi della problematica.

In particolare si impone, nel caso di ‘posted workers’, un minimo di paga (tendenzialmente parametrata a quella del Paese di lavoro), un minimo di lavoro e relativa pausa, condizioni di assunzione se avvenuto tramite agenzie di lavoro interinale, condizioni di igiene e sicurezza e parità di trattamento tra uomini e donne.

Secondo questa politica, la #UE spinge ancora di più per una tale equalizzazione tra lavoratore inviato e lavoratore locale, in modo da evitare questi processi di ‘dumping’ che, ovviamente, sfavoriscono le aziende delle nazioni più ricche.

Il movimento di lavoratori inviati è stato, nel 2016, di circa 2,3 milioni di persone, con il 70% di questi impiegati nei lavori pesanti e delle costruzioni.

L’accordo tra i partner della UE non è stato facile ed è già fallito nel passato e lo scorso ottobre 2017, quando si trattò di votare, Ungheria, Lituania, Lettonia e Polonia hanno votato contro mentre UK, Irlanda e Croazia si sono astenute.

Lavoratori del settore costruzioni

Le resistenze maggiori vengono dai Paesi dell’Est Europa, ancora oggi capaci di avere un vantaggio competitivo salariale.

Lo ha detto chiaramente Richard Sulik, parlamentare slovacco: ‘L’idea della stessa paga per lo stesso lavoro suona romantica. Ma annulla uno dei più inportanti fattori del mercato che è il prezzo“.

Sullo stesso tono Dobromir Sośnierz, anche lui parlamentare europeo ma polacco. ‘Il problema – ha sostenuto Sośnierzè che in questo modo si vuole far intervenire una regolamentazione statale  in un rapporto contrattuale, che sia quello tra lavoratore e datore di lavoro.

Adita la Corte Europea

Proprio la Polonia, con l’appoggio della Ungheria, hanno adito la Corte Europea su questo tema, indicando che non si tratta di difendere i salari dei lavoratori quanto piuttosto di attivare clausole protezionistiche sotto altra forma.

In effetti, la Francia ha difeso la propria posizione, indicando che il minor costo del lavoro rischia di deprime sempre più le possibilità delle proprie aziende, che in tal modo non potrebbero essere più competitive.

Una altra ed ulteriore indicazione che questa Unione Europea stra stridendo troppo con una consunzione evidente

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