Aborto in Polonia: situazione difficile per le Donne

Vita dura per le donne che vogliono abortire. Purtroppo, sotto questo punto di vista, la Polonia si dimostra una nazione legata a vincoli di fideismo che non dovrebbero però, cozzare, con la libertà personale e con le decisioni  personali, specialmente delle Donne.

In effetti, la Polonia è uno dei Paesi in cui più strette sono le maglie per poter praticare l’aborto. Secondo le norme attuali, sono solo 3 i casi in cui è possibile:

  • per causa terapeutica, quando è a rischio la vita della mamma gestante;
  • per causa di violenza e stupro;
  • per causa di accertata grave malformità del feto.

Oltre questi casi, non sono previsti fattori che possano portare legalmente all’aborto ed è reato persino invitare una donna a ‘valutare’ l’aborto.

Per i 3 casi previsti, occorre, in caso terapeutico o di malformazione, la validazione da parte di un medico. Per caso di violenza, la certificazione giudiziaria.

Polacchi contro l’aborto

Il sistema sociale però non favorevole all’aborto. Una recente ricerca (CBOS Public Opinion Research Center) ha indicato  che il 69% dei polacchi ritiene l’aborto immorale ed inaccettabile, il 14% è ‘ambivalente’ mentre solo per il 14% è accettabile.

Sotto pressione la classe medica che, per ‘obiezione di coscienza’ o anche solo per paura, si tiene lontano dal permettere questa pratica. Hanno il timore di essere accusati di avere favorito l’idea di avviare una interruzione di gravidanza, rischiando di andare incontro a penalità legali.

Ecco quindi che se secondo le stime ufficiali, solo 2.000 Donne hanno abortito in Polonia, qualche organizzazione non governativa (forse non del tutto affidabili, comunque) stimano in 150.000 le polacche che si recano in repubblica Ceka o Slovakia per sottoporsi a procedure di aborto.

Il problema adesso, perchè alla fine è un problema, è che una poderosa raccolta di firme – dicono oltre 200.000 persone, il doppio del minimo richiesto di 100.000 – ha firmato per proporre una legge che impedisca persino il divieto di aborto in caso di danni severi ed irreversibili al feto o anche di malattie incurabili. Sarà, praticamente, impedito di effettuare test prenatali condannando eventualmente famiglie e futuri neonati a vite da disabili, più o meno gravi.

Una visione piuttosto oltranzista che dovrebbe, al limite, essere un valore da trasmettere a chi verso certi valori tende e crede e non imporre come legge valida ‘erga omnes’ e donne.

La politica tende un orecchio di favore a questo rumoreggiare. E le manifestazioni contro ed i cortei che si sono tenuti, non sembrano avere molto successo visto che la maggioranza del Parlamento ed anche il presidente Duda si sono espressi a favore di tale restrizioni pur se lo scorso anno, il partito di governo, il PiS, si oppose ad una richiesta di abolizione del diritto di aborto.

Ovviamente, in caso di tali blocchi alla gestione della propria natalità, si pensa già che aumenterà il turismo dell’aborto ed anche l’aumento dei casi di aborto illegale, secondo le norme in vigore. Un turismo, anche solo per la semplice diagnosi pre-natale che potrebbe essere riservata solo ai ricchi, costringendo le classi più povere a subire la stessa propria povertà.

Oggi, il servizio sanitario garantisce la diagnosi in maniera gratuita per le donne che hanno una storia famigliare di malattie genetiche o rimangono incinte dopo i 35 anni di età. Secondo le statistiche, sono circa 60.000 tali diagnosi fatte annualmente.

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